Quegli occhiali scuri da motociclista

Cinquant’anni fa ci lasciava Learco Guerra, la celebre “locomotiva umana”. Arrivato tardi al ciclismo, lo ha segnato con le sue performances di cronoman ma anche di spinter

Cinquant’anni fa, esattamente il 7 febbraio 1963, moriva Learco Guerra, uno dei più grandi campioni della storia del ciclismo. Emilio Colombo, il direttore della rosea, l’aveva soprannominato “la locomotiva umana”. Le foto e i rari filmati del tempo lo ritraggono in maglia tricolore (cinque titoli conseguiti dal 1930 al 1934), con gli occhialoni scuri da motociclista, per scongiurare l’insidia della polvere.

Un altro “mantovano volante”, come il suo conterraneo Tazio Nuvolari. Un idolo per le calde folle meridionali. Un idolo anche per il regime. Viva Guerra produceva per le camicie nere un entusiasmo indicibile, a differenza di viva Binda. Una bella rivalità.

L’Alfredo, trombettiere di Cittiglio, ha avuto sicuramente una carriera più lunga ed esaltante del rivale, ma forse, proprio perché invincibile, era diventato noioso, tanto che La Gazzetta dello Sport nel 1930, lo pagò per starsene a casa dal Giro e lasciare campo libero agli altri. Il premio al vincitore era di 22.500 lire. Binda andò per la prima e unica volta al Tour ma non fu fortunato e dovette mettersi al servizio di Guerra, che conquistò la piazza d’onore alle spalle di Leducq.

Learco, classe 1902, approdò tardi al professionismo. Aveva 27 anni. Per guadagnarsi da vivere faceva il muratore. Percorreva decine e decine di chilometri in sella alla sua bici per recarsi sul cantiere. Lo faceva con estrema disinvoltura e allora decise di provare. Fu lui a trionfare nell’unica edizione del campionato del mondo professionisti, disputata contro il tempo. Avvenne nel 1931, a Copenaghen. E fu sempre lui ad indossare la prima maglia rosa, istituita nel 1931.

Prima tappa da Milano a Mantova. Non poteva fallire proprio nella sua città e mantovani gli tributarono una festa infinita. Peccato che alla fine, lo scalatore piemontese Francesco Camusso, ebbe la meglio.

Ma Learco non si scoraggiò e nel 1934, all’età di 32 anni, conquistò il suo unico Giro d’Italia. L’Arena di Milano era stipata e gli altoparlanti trasmettevano la radiocronaca della finale dei mondiali di calcio, a Roma. Mentre i corridori stavano arrivando in pista andò in vantaggio la Cecoslovacchia con il gol di Puc. L’arena ammutolì. Ma l’ingresso dei corridori e della maglia rosa di Learco guerra diede entusiasmo agli spettatori, che applaudirono il vincitore. Dopo pochi minuti arrivò il pareggio dell’Italia del calcio e la vittoria per 2 a 1. Una giornata memorabile per lo sport italiano, o meglio per le due discipline più popolari del tempo.

Guerra corse a fianco del giovane Bartali e poi preferì salire sull’ammiraglia per guidare fior di campioni del calibro di Koblet, primo straniero a vincere il Giro (1950), Carlo Clerici, altro svizzero maglia rosa (1954) e del lussemburghese Charly Gaul, che di Giri ne vinse 2: quello mitico, da tregenda, nel 1956 e nel 1959.

La locomotiva umana si è fermata prematuramente, all’età di 61 anni. A stroncare quel fisico straordinario è stata una malattia come il morbo di Parkinson. Il buon Learco si era sottoposto a un paio di interventi per sconfiggerla ma niente da fare: il 7 febbraio di 50 anni fa il suo cuore si è fermato.

Vittorio Varale, all’inizio degli anni Trenta, gli dedicò un bel libro, pubblicato dalla Gazzetta e intitolato “Learco Guerra e le corse del suo tempo”. Un libro introvabile, che conservo in biblioteca. Contiene episodi e aneddoti davvero curiosi. Il nostro grande campione del passato avrebbe meritato più di altri di vincere il Tour. Impareggiabile cronoman, duellava e batteva anche i migliori velocisti dell’epoca. Si aggiudicò 31 tappe al Giro, preceduto soltanto da Cipollini e Binda.

 

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