Rugby, i procuratori made in Italy

Prima non c'erano, e non se ne avvertiva la mancanza. Più tardi hanno fatto da intermediari. Poi sono arrivati i farabutti e, a volte, gente per bene. Adesso che sarebbero utili non sono regolamentati, come riferisce All Rugby

Si è partiti giocando per l’Università, nei vari Guf del ventennio, si è continuato per diletto, o per questioni di servizio (militare), trovando poi l’equilibrio con l’indimenticabile formula “posto di lavoro uguale ingaggio” che solo la modernità – crisi compresa – ha fatto venir meno. Di solito erano banche, molto spesso assicurazioni. E così è stato finché Campese e soci, i primi a non lavorare per davvero, hanno alzato l’asticella. Sono stati loro gli apripista del professionismo all’italiana che, escluse le due franchigie in Celtic, continua a fare scuola.

Siamo alla fine degli anni 80, alcune squadre cominciano a pescare all’estero, in cerca di giovani promettenti di passaporto italiano cui proporre formule intelligenti che comprendono, oltre allo stipendio, la casa e la macchina. È un mondo che vive di strette di mano, di accordi fotocopia, di telefonate che valgono un pluriennale. Spesso basta il solo biglietto aereo.

Francois Pienaar riceve la coppa da Nelson Mandela (1995)

Tutto cambia con l’Rwc ’95, spiega Giorgio Sgorlon, il decano dei procuratori nostrani: «Il Sud Africa doveva essere una vetrina del nostro sport ma bisognava investire sul parco giocatori, perché la maggior parte dei club pagava stipendi miserrimi, al netto dei rimborsi e quasi tutti erano costretti a lavorare». I soldi servono per “professionalizzare” i rugbisti, permettere loro di pagare un fisioterapista o un preparatore atletico personale. «Si crearono tre fasce, a memoria ricordo 45 milioni di lire per la A, 30 per la B e 15 per la C». I titolari erano in prima, chi ballava tra campo e panchina in seconda, comprimari e speranze in terza. Una formula convincente, meritocratica, alla luce del sole, con bonus intelligenti. «Le liste più recenti dei giocatori di interesse nazionale (ora apparentemente soppresse; ndr) chi le ha redatte? E in base a che criteri?» si chiede Sgorlon.

 

Tornando agli albori?

Era un rugby diverso in cui gli unici dirigenti erano quelli federali, in cui i “procuratori” erano sempre gli amici, i fratelli o i cugini dello straniero di turno. Lo stesso fondatore di Essentially è un neozelandese trasferitosi a Londra.

Come funzionava allora, in termini di percentuali, di meccanismi?

Te la vedevi con l’assistito e basta, paradossalmente giravano anche più soldi a metà/fine anni Novanta. Io prendevo normalmente il 5% ma la percentuale variava in base al giocatore.

Poi c’è stata un’altra rivoluzione, cosa ha comportato?

Intorno al Duemila sono spuntati i primi concorrenti e si è incominciato a percepire i soldi dalle società, non più dall’assistito. Alcuni se ne sono approfittati, portandomi via alcuni giocatori con la formula «Io non ti faccio pagare niente». Certo, per poi prendersi provvigioni più alte dal club.

Come consideri la categoria cui appartieni?

Siamo gente formata, competente, spesso avvocati, persone che sui libri ci sanno stare. L’aspetto giuridico della pratica sportiva professionale lo discipliniamo bene. Non esagero se considero il procuratore la categoria più preparata in assoluto del rugby italiano. Per demeriti della controparte, si badi bene.

In che senso?

Ci relazioniamo con persone – dai dirigenti ai presidenti – spesso poco preparati e inesperti. Alcuni lo fanno per passione o poco più. Non è sempre facile e la crescita

Guardiamo alla realtà odierna

La mattina è difficile trovarne uno al cellulare, sono spesso in tribunale. La maggior parte avvocati, spesso ex atleti, nessuno ha la vocazione: colgono il cambiamento, le richieste degli amici, intravedono la possibilità di divertirsi, arrotondare, a volte anche di fare del bene al movimento.

Alcuni incominciano perché scoprono le malefatte di altri – c’è chi ha rischiato la galera perché rosicchiava al di là del lecito, fino al 25% dello stipendio del giocatore – altri non agiscono in prima persona. È il caso di Diego Dominguez, il quale da sempre aiuta i compaesani a venire in Europa ma poi la procura – ad esempio – figura sotto il nome di Pascal Forni, famoso agente francese. Dettagli.

La verità è che il professionismo ha obbligato a legittimare il ruolo del procuratore ma noi italiani, tanto per cambiare, siamo ancora indietro. «All’estero ci sono realtà come l’inglese Essentially (da tempo ha inglobato la realtà transalpina del già citato Pascal Forni) che gestisce un parco giocatori enorme in tutti i continenti, a livello contrattuale e di immagine», ci spiega Massimo Rovini, fondatore di Drop&Roll, giovane società con testimonial Parisse, Canale e Castrogiovanni.

«Noi pensavamo di dare vita a qualcosa del genere ma l’ambiente e le istituzioni probabilmente non sono ancora pronti. Eppure il mercato, guardate cosa succede a Castro, ha incominciato a puntare sui rugbisti». In che senso non è ancora pronto? «Non ci hanno consentito di realizzare il progetto iniziale, ovvero avere diversi procuratori con il loro parco giocatori».

Da qualche anno infatti un agente non può avere più di 50 giocatori, per evitare problemi di monopolio e conflitto di interessi. Appoggiandosi inizialmente a Cerioni, Corbetta, Martello, la Drop&Roll sarebbe arrivata a 150, rischiando di aggirare la norma Fir che è corsa ai ripari: l’intera struttura è stata equiparata al singolo procuratore, quindi solo 50 assistiti, non uno di più. «Ognuno dovrebbe fare il suo mestiere», continua Rovini, «io vengo dalla moda e sono esperto di immagine. Applico la mia esperienza al mondo del rugby. Le istituzioni, a loro volta, dovrebbero fare lo stesso: demandare a società esterne, competenti e strutturate, alcune strategie di marketing. Sono sicuro che ci sarebbero meno critiche al loro operato e si farebbe più squadra».

Rovini non è il solo a trovare la Fir (o l’Air, quando si parla di Istituzioni pensiamo a loro) distanti su questi argomenti, negli anni in diversi hanno trovato il Presidente e i suoi accoliti “inavvicinabili” su questi argomenti. Comunque non siamo solo noi a essere strani: «In Francia», è Massimi che parla, «non puoi assistere un atleta se non ti appoggi a un agente francese». «Al contrario però», puntualizza Cerioni, «quando mettiamo gli stranieri in contatto con i nostri club, questi spesso si rivolgono direttamente all’agenzia estera, evitando la nostra mediazione».

A parte questo la figura del procuratore in Francia è maggiormente riconosciuta, muove da un esame, una matricola e una serie di doveri e tutele che da noi non esistono. Ad esempio sui mancati pagamenti. In Italia, a vederci chiaro, hanno fatto bandi e istituito un albo ma poi si sono fermati. Si parla di corsi ma la realtà è che non si è ancora convinti della necessità di regolamentare la categoria. Non solo a causa della Federazione, è refrattario l’intero movimento: «Tutti pensano alle percentuali, agli intralci», continua Massimi, «in realtà la nostra professione si è molto complicata. All’inizio si parlava solo di stipendi e benefit. Ora è un florilegio di normative, tra cui il doping».

Si pensa subito male, in realtà… «non avete idea di cosa significa star dietro ai giocatori su questa tematica. E non mi riferisco ai casi di positività! A certi livelli devi comunicare con grande anticipo spostamenti, vacanze eccetera, per via dei controlli a sorpresa. Ecco, io ho a che fare con gente che si scorda le mail, con dirigenti che ne ritardano gli invii: al terzo errore sei automaticamente squalificato».

Per non parlare di intrugli dall’altro emisfero, con le sostanze proibite che cambiano o aumentano di continuo, basta il nuovo compagno australiano e la frittata è fatta, per un integratore o poco più. Siamo in un mondo in cui – ancora! – fumarsi una canna con un certo anticipo mette al riparo dai rischi di positività.

Mercato interno

«La parcella per la procura», racconta Cerioni, «va da un minimo del 5% a un massimo del 10% dello stipendio annuale. Normalmente è a carico della società ma talvolta sarebbe giusto un trattamento diverso, a seconda dei casi: un giocatore che chiede a noi di trovare squadra dovrebbe capire quanto costa star dietro ai suoi sogni, mentre una società che ci richiede un giocatore non può negare la nostra mediazione». Io sono contro il pagamento da parte del giocatore ma talvolta è giusto raccontargli quanto costa star dietro ai suoi sogni». «Tra maggio e settembre, ad esempio, la bolletta del telefono è triplicata», confessa Massimi. «E le partite poi bisogna vederle, per capire come va o conoscere allenatori, tecnici, dirigenti. Questo fa parte del lavoro» (Corbetta).

Treviso e Zebre sono un caso a parte. Gli stipendi sono decenti e i procuratori si prendono la percentuale canonica. Il vero dramma sono l’Eccellenza e i giovani con la famosa indennità dei 23mila euro per cartellino. Una sorta di rimborso per la crescita, destinata alla società di origine. Una domanda: perché si spostano sempre gli stessi giocatori? Perché non vengono valorizzati tutti i giovani ma solo alcuni?

Prima era chiaro: la lista federale permetteva ai club di risparmiare, restringendo però il mercato e favorendo il lavoro sporco. Perché c’è chi tira la giacca per inserire Tizio e chi aspetta di comprare Caio, in caso di…

Ora hanno mercato solo gli svincolati. «Spesso si chiedono sconti per i prestiti (di solito tra i 7000 e gli 8000 euro a stagione ndr) perché si vorrebbe dare qualcosa in più ai ragazzi». Infatti le offerte sono standardizzate: stipendio base/rimborso tra i 900 e i 1500 euro. In caso di appartamento condiviso c’è anche la macchina. In caso contrario, si vive da soli ma si va a piedi.

«Chi è svincolato ovviamente consente al Presidente del club di alzare la posta, altrimenti i conti sono chiari: 7000 euro di prestito+10000 euro di rimborso+casa e macchina… «A me è capita di seguire ventenni interessanti svincolati», ammette Cerioni, «in questo modo, si rendono appetibili e squadre medio/alte che gli garantiscono un compenso pulito, non dovendo rimborsare nulla dell’indennità di formazione».

Sugli effetti negativi della norma sembrano essere tutti d’accordo, la differenza la fa la diplomazia: «È giusto premiare la formazione, allo stesso tempo è una barriera alla libera circolazione degli atleti che, talvolta, si traduce nell’impossibilità di una crescita tecnica. Che è poi è il quid dell’atleta e, ancor di più, della Federazione» (Ferrara).

«Per me è pessima come regola, bisogna fissare dei parametri. Io sono per rimborsare al club un acconto e poi aspettare la crescita e lo sviluppo della carriera. Ponendo come scalini le 50 presenze in Eccellenza, i primi 5 cap in nazionale, ad esempio» (Corbetta). Ora chi ha esordito in azzurro costa uguale a chi non ha neanche una presenza nella massima serie. Mah…

Gioco sporco o mot de vivre?

C’è chi ha definito i procuratori “il braccio forte del rugby italiano”. In tanti casi sono praticamente dei capri espiatori: «L’agente è solo la longa manus (tecnica) del giocatore», argomenta Ferrara, «si pensa che si possa condizionare le scelte del proprio assistito. Nulla di più errato. La bravura dell’agente sta nel prospettare le migliori soluzioni presenti nel mercato, ma spetterà poi al giocatore decidere».

«Tutti pensano che Ravalle sia andato via da Rovigo per mio tornaconto», ci confessa Corbetta, «ma parliamoci chiaro, se Massimiliano non fa il salto rimane un buon giocatore. Io sono invece convinto che con Properzi a Mogliano può tornare nel giro della Nazionale, per questo è lì. Io la percentuale la prendo sia in Polesine sia in Laguna!».

«Molti operatori demonizzano l’agente attribuendogli colpe non sue», continua Ferrara, «come per esempio i buchi nei bilanci societari, creati ad arte per ottenere lauti ingaggi per propri assistiti. Premesso che è il mercato e solo il mercato a regolamentare tutto, deve essere responsabilità della società sportiva capire costi e benefici di un ingaggio.

L’agente che tipo di responsabilità dovrebbe avere in questo caso?». «Appena ho capito che avrei intrapreso questa attività», ci spiega Cerioni, «ho smesso di allenare, nonostante i buoni risultati ottenuti a Botticino. Ma io sono fatto così, cominciavo a piazzare giocatori ovunque e mi sembrava corretto scegliere quale strada intraprendere. A me piace lavorare con le promesse sconosciute, portare all’alto livello i talenti. Ora mi sto concentrando su Novak, classe ’90, cresciuto in Argentina. A Perugia, in B, cercavano un pilone che trainasse la squadra. A lui serviva giocare sempre, evitare competizioni scomode con pari ruolo e abituarsi all’Italia. Un ottimo anno a un livello più basso ti mette in luce e così puoi ambire a squadre di Eccellenza come il Petrarca. Dopo due anni a Padova, saggiata l’Eccellenza, Jose sarà equiparato e, perché no?, un potenziale sostituto di Lo Cicero. Chi critica il reclutamento sistematico dei giocatori non sa quello che dice. Per me la situazione è questa: lui voleva confrontarsi in Europa, fare esperienza. Noi abbiamo guadagnato un talento».

Anche perché, e in questo Cerioni ha ragione, ci sono tante squadre di B o C che preferiscono usare i pochi soldi che hanno per pagare (davvero) due o tre ottimi giocatori, consentendo un age management per il vivaio che mantiene una connotazione amatoriale e gli ingaggi veri la promessa di turno li va a prendere nelle piazze giuste. Con buona pace dei puristi e dei nazionalisti.

«È difficile riassumere in poche parole le funzioni che svolgo», ci dice Ferrara, «l’assistenza di un agente e/o avvocato serve innanzitutto a dar tranquillità emotiva e serenità mentale all’atleta, così da potersi concentrare solo sul rendimento in campo.. A noi spetta la ricerca di una squadra italiana o estera, trattative negoziali, redazione del contratto, tutela assicurativa, ricerca di sponsor tecnici e non, assistenza in caso di infortunio, rapporti coi media eccetera».

 

Etica e principi

«Mettere i giocatori con i piedi per terra. I fenomeni sono pochi e, andando a vedere, è gente che ha conservato la dedizione di una volta. Un ventenne montato non va veramente da nessuna parte. L’esempio di altri sport ha fatto molti danni, a tutti i livelli, guastando atleti, genitori, società…» (Cerioni).

«Alcuni raccontano storie ai ragazzi, promettono mari e monti. Io sono sincero, a volte troppo. Spesso inizio con la frase “non sono il tipo che ha bisogno di altre procure”. A volte l’accoppiata padre e figlio pensa sia semplice trovare un club che tiri fuori 23mila euro sull’unghia. Non era così 5 anni fa, figuratevi oggi» (Corbetta).

«Mi piace instaurare un rapporto umano sia con i giocatori sia con la società. Se entro i 23/24 anni non sono in Celtic, li invito caldamente a studiare. Mi sento un consigliori, nel senso più bello del termine» (Massimi). «La mia esperienza mi dice che se un atleta non ha la tranquillità di sentirsi tutelato al 100%, non potrà mai esprimere il suo 100% tecnico, sia dal punto di vista fisico che mentale» (Ferrara).

Il futuro

Secondo Ferrara «i mandatari si trovano segregati in un limbo tra il completo riconoscimento professionale (così come avviene in altre Federazioni o Union più evolute della nostra) e il vuoto. I numeri del rugby italiano sono in crescita costante e, personalmente, ritengo sia ora di regolarizzare la nostra figura: può solo rappresentare un apporto positivo all’intero movimento. Se così non fosse non ce ne sarebbe traccia in altri ambiti sportivi più evoluti. Il volley, seppur in un momento difficile, gode di una normativa interna che – a mio modesto avviso – rappresenta un esempio da seguire anche per il rugby perché tutela interessi di tutte le parti: federazione, club, atleti…».

Siamo innamorati delle nazioni più evolute, di sport più organizzati ma, lamenta Cerioni, «il problema è rappresentato dalla crisi e dalla cattiva gestione delle società. Da noi si mettono in piedi squadre senza avere i budget e non vi racconto in cosa mi sono imbattuto in questi anni, anche a livello di club prestigiosi: mancati pagamenti, ritardi infiniti, fallimenti improvvisi…».

In Francia, invece, senza fideiussioni si hanno le mani legate. Ma è difficile comprenderlo per una realtà che, bando Celtic in mano, ha tentato la via delle garanzie fasulle per iscrivere una franchigia a Roma… Comunque Ovalia cresce, i nostri beniamini stanno acquisendo notorietà e l’immagine, oltre allo stipendio, è una voce importante a livello di contratti. Per questo è nata Drop&Roll, entità destinata a fare scuola: «Castrogiovanni adesso presenterà una trasmissione televisiva (“Le meraviglie della natura”, Rete4)», ci dice orgoglioso Rovini, «inoltre insieme a Canale e Parisse è testimonial mondiale dei materassi Magniflex, il che significa che dovremo andare in Giappone in prospettiva Mondiale 2019. È la prova che il mercato ha metabolizzato il rugby e progetti di marketing sartoriale funzionano».

Effettivamente sì, almeno a prima vista, ma i dubbi rimangono. In fondo l’unico che tira è Castro, gli altri non hanno una notorietà e una personalità simile al pilone dei Tigers. «Io ho aderito favorevolmente a Drop&Roll», ci spiega Corbetta, «perché anche secondo me serve qualcosa di diverso. Però al momento i risultati – anche a causa della crisi economica – non sono poi rilevanti: continuo a imbattermi in sponsor individualmente, nonostante io non sia esperto in questo genere di cose.

Quindi? «Per il momento ho deciso di fare un passo indietro. L’idea, in futuro, è di costituire una realtà più “integrata”, gestendo anche questioni legate all’immagine. Ma ora è presto, i giocatori vogliono ancora un rapporto personale, gli account non fanno per me».

Rovini, invece, rimane entusiasta «Usciamo dal seminato dei miei assistiti: quest’anno abbiamo fatto una Summer Accademy con 230 ragazzi da tutto il mondo, chiudendo le iscrizioni in anticipo. Abbiamo portato Morgan Parra in Italia a insegnare calciare! A me sembra che a beneficiarne sia il movimento. La Federazione dovrebbe incentivare la nascita di realtà come la nostra».

Per carità, come dare torto a Rovini. Però il suo entusiasmo nasconde delle lacune. In diversi, chiacchierando off the record ci hanno fatto riflettere su quanti spot faccia Parisse, o su quanti sponsor ha portato Drop&Roll ad altri assistiti, o sul fatto – davvero banale – che tramontati i Bergamasco, con Lo Cicero ormai a fine corsa, di personaggi questo nostro rugby ne sforni ben pochi. Quindi? Il futuro può attendere.

Leggi anche:

Traverlonga, la “regina dei laghi”
Caccia alla maglia rosa
Dario Betti – Piccoli segreti, raccontabili
PDF24    Invia l'articolo in formato PDF   
Commenta: